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lunedì 23 ottobre 2017

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GUIDA TURISTICA

Chiesa parrocchiale

Chiesa parrocchiale


Scheda a cura dell'associazione culturale "Amici di Carrù"
(elaborata su testi, ricerche ed appunti di Alessandro Abrate)
Notizie storico-artistiche

Diplomi Imperiali e Bolle Papali dei secoli XIº e XIIº documentano la presenza, nel territorio carrucese, di un edificio di culto cristiano dedicato a San Pietro Apostolo.
La Chiesa di S. Pietro, che esiste tuttora lungo la strada verso Clavesana e costituisce un interessante frammento edilizio di epoca romanica, era in origine a tre navate absidate (le absidi ancora rimangono) e rivestiva il ruolo di principale luogo di culto del circostante territorio.
Nel XIIIº secolo, all'interno della villa fortificata carrucese, cresciuta in prossimità del Castello, viene eretta la Chiesa di Santa Maria sull'attuale sito parrocchiale.
Il nuovo edificio religioso assumerà nel tempo la funzione di primaria sede di culto.
L'edificio medievale di Santa Maria (chiamato anche Santa Maria della vacca, poiché la Comunità donava ogni anno una mucca al canonico) subisce nel corso dei secoli svariati interventi di sistemazione.
Tra ‘500 e ‘600 alcuni documenti la descrivono a tre navate e segnalano la presenza di undici altari e di numerose lastre sepolcrali (pavimento).

Nella seconda metà del XVIIº sec. la Chiesa è oggetto di un complesso rinnovo edilizio condotto su disegni dell'architetto ducale Giovenale Boetto, qui giunto attraverso i prestigiosi contatti e su richiesta dei Conti Costa della Trinità, Signori di Carrù.
Il cantiere del Boetto realizza la ‘riforma’ del campanile, la sistemazione del coro e della facciata della Chiesa, richiamando maestranze luganesi e Giuseppe Nuvolone per la parte pittorica. Sotto l'attenta regia dell'architetto fossanese (per la committenza sono interessanti le discussioni tra l'arciprete Guidi, le varie Compagnie religiose erette nella Chiesa ed i Conti Costa della Trinità-Carrù) il segno barocco trasforma l'antico edificio popolandolo di lesene e di fitti intrecci in stucco abbinati a partiture ‘a fresco’.
Le frequenti occasioni di guerra (che recano danni alla costruzione), la scarsa ampiezza della Chiesa descritta come ‘in grande pericolo di rovinare e incapace di contenere la popolazione’ portano, tra fine seicento e primo settecento al pensiero di costruire un nuovo edificio di culto.
Trasferita provvisoriamente la sede parrocchiale nella Chiesa di San Giovanni B. Decollato (Battuti Neri, nella Roà Mezzana, attuale via Roma) si procede all'abbattimento dell'antica costruzione. Si demoliscono inoltre alcune case di particolari e la vecchia canonica ottenendo in questo modo una vasta area dove edificare la nuova sede di culto ‘ampia e molto più della precedente’.
Regista della grande impresa è l'arciprete Carlo Tomaso Badino, ben inserito nell'entourage dell'allora Vescovo di Mondovì G.B. Isnardi. Il progetto viene affidato al giovane architetto-ingegnere Francesco Gallo (1672-1750), esperto di fortificazioni militari e impegnato, in quegli stessi anni, nei lavori della Chiesa parrocchiale di Frabosa Soprana.
Nel 1703 si apre il cantiere carrucese: vengono adoperati laterizi e pietre recuperati dagli antichi edifici demoliti; sono usati inoltre materiali provenienti dall'abbattimento di parti delle mura di cinta del paese ed una fornace, in regione S. Pietro, provvede a cuocere nuovi mattoni.
‘Tutti avrebbero visto la chiesa emergere in una sorta di competizione con il Castello dei Costa.
Calibrata e decisa, la costruzione aveva trovato il suo innesto nella piazza stretta; un legame a filo diretto con la via, con le botteghe di un centro rurale già allora in primo piano; altro legame con la via che scendeva verso il Rivo, con la dimora degli Alessi di Canosio.
La chiesa dichiarava la sua identità fuori da ogni paradigma seicentesco.
Guardava ad un classicismo al massimo esperto di fronte al mestiere; sfrondava cornici e frontoni per scegliere blocchi che puntavano al risalto delle superfici, al loro incastro esatto, per occhi che avrebbero percepito qualcosa di riposante e insieme tenace e innervato’.
(A. Griseri)

Nel 1708 il campanile è terminato; entro il 1719 la Chiesa, dalla pianta a croce greca, è voltata, coperta dal manto in coppi e le pareti interne sono intonacate.
L'esterno, rigorosamente in mattoni a vista, solo in facciata si piega a parsimoniose quanto scabre decorazioni modellate nella superficie architettonica.
‘Netto lo scatto della compagine architettonica, organicamente serrata; la stessa mano che spiana il prospetto sovrappone energicamente ai fianchi blocco a blocco e li squadra con rigore geometrico, imponendo severa misura’
(N. Carboneri)
All'interno svariate maestranze si confrontano e succedono: marmorari, stuccatori, falegnami, pittori, scultori, fabbri, vetrai, ecc. lavorano per decorazioni e arredi, un itinerario complesso (documentato dagli archivi parrocchiali) che andrà ben oltre il cantiere del Gallo.
I primi significativi interventi d'arredo nel maestoso spazio interno (che, in origine, dobbiamo immaginare bianco calce e invaso da una grande luce protagonista) interessano le due monumentali cappelle laterali, che si fronteggiano.
Entrando a destra, l'altare delle Anime, a sinistra l'altare della Madonna del Rosario; la committenza è legata alle omonime Compagnie, che si sono rivolte a Francesco Gallo per il disegno.
L'esecuzione dei due altari gemelli, affidata al marmoraro genovese Torre, ha inizio nel 1718 ed è completata nel 1720.
Per le due eleganti quanto preziose cappelle, copiose di marmi policromi, si sono spesi molti quattrini, ma le Compagnie delle Anime Purganti e del SS. Rosario hanno rispettivamente ricevuto grosse sovvenzioni.
La prima dalla nobile dama fariglianese G. Camilla Piacenza, nata Garezzo, la seconda dal Priore e sacerdote Luca Antonio Zavatteri, munifico benefattore di numerose istituzioni carrucesi, tra cui l'Ospedale.
Tra il 1725 e il 1727 è chiamato lo stuccatore Cipriano Beltramelli (con la sua équipe), che ritroviamo in vari luoghi del Piemonte attivo per la Corte, la nobiltà e gli Ordini Religiosi.
Con gusto raffinato inserisce a coronamento delle varie lesene e colonne gli eleganti capitelli corinzi e modella le elaborate cartelle in stucco sovrastanti gli arconi delle cappelle laterali.
Questi elementi, dorati intorno alla metà del XIXº sec., sono pensati dal Beltramelli rigorosamente bianchi.
Ma l'artista non si limita agli stucchi e dà prova di altro impegnativo mestiere: dipinge le lesene a finto marmo, un lavoro lungo e ripetitivo che però concede alla fantasia dell'artista alcune occasioni di svago: le ritroviamo, bellissime, fresche, a volte un po' ingenue, nascoste nelle marezzature marmoree e sono figurine, bozzetti, sagome, paesaggini, teschi, angeli, uccelli…Scherzi, divertimenti e bizzarrie disposti in modo casuale, che solo un occhio attento riesce ad individuare.
L'arciprete Badino nel 1729, due anni prima di morire, commissiona a sue spese lo scenografico altare maggiore: è ancora un marmoraro genovese molto richiesto e celebrato, Jacopo Antonio Ponzanelli (1654-1735), a realizzarlo, allestendo una sontuosa mensa barocca festosa di angeli e putti.
Il grande committente verrà sepolto ai piedi di questo altare, prezioso di marmi policromi, che si allargano a formare il disegno del pavimento geometrico nel presbiterio.
I quattro altari delle cappelle minori laterali sono ampiamente rimaneggiati nel corso del XIXº e XXº sec., conservando, solo in alcuni casi, rari frammenti degli originali interventi settecenteschi.
Il primo altare a sinistra entrando, è dedicato a S. Caterina ed era anticamente di patronato della famiglia Martini; fu concesso nel 1901 alla Compagnia delle Umiliate che vi aggiunsero la statua di S. Elisabetta. Di fronte, a destra entrando, si trova l'altare dedicato all'Annunciazione della Vergine, di patronato della famiglia Reyneri, di cui è più volte ripetuto lo stemma.
Ai lati del presbiterio sono collocati (guardando l'altare maggiore) a sinistra la cappella di S. Antonio Abate, un tempo di patronato della famiglia Manfredi e concesso in seguito alla Compagnia delle Figlie di Maria; a destra la cappella di S. Stefano, di patronato dei nobili Lubatti, che vi avevano diritto di sepoltura.
I nomi delle famiglie che hanno privilegi sugli altari della parrocchia sono una campionatura dell'antico notabilato carrucese.
Altre famiglie, anche più importanti quali ad esempio i Conti Costa della Trinità-Carrù, gli Alessi di Canosio, i Calleri di Sala posseggono altari, tombe e privilegi in altri luoghi di culto, come la Chiesa di S. Francesco in via Bene (particolarmente legata ai Costa che vi seppelliscono i loro defunti ancora nel XVIIIº sec.) o le sedi delle Confraternite dei Battuti Bianchi e Neri.
Non per questo le principali famiglie sono slegate dal contesto parrocchiale, anzi. Membri di questi casati detengono, tra ‘600, ‘700 e ‘800, i più prestigiosi incarichi all'interno della potente ed egemone Compagnia del Santissimo Sacramento, eretta nella Chiesa parrocchiale e pertanto ricoprono i ruoli al vertice della comunità religiosa locale (con conseguenti e puntuali donazioni e committenze).
La Compagnia del SS. Sacramento, legata all'altare maggiore, commissiona il grandioso affresco nella parete di fondo del presbiterio affidandone l'esecuzione al prestigioso quadraturista Giuseppe Dallamano (di formazione modenese ma soprattutto attivo in Piemonte).
L'artista vi lavora dal 1750 al 1751 inaugurando nella Chiesa la breve stagione della grande decorazione barocca, culminata con gli interventi di Michele Antonio Milocco intorno agli anni sessanta del secolo.
I due richiestissimi frescanti eseguono opere di deciso carattere, arricchendo la Chiesa di quadrature e figurazioni dai toni squillanti e di esplicita comunicazione visiva.
Il Dallamano firma la grande macchina scenica della parete di fondo dove colonne, incensieri fumanti e un fastoso baldacchino inquadrano uno spettacolare trionfo dell'Eucarestia: ingegnosa invenzione che maggiormente doveva risaltare prima dell'inserimento del grande quadro dell'Assunta (copia della celebre Assunta di Tiziano) dal quale in parte è coperta (dietro la tela un finestrone ora tamponato inondava di luce il presbiterio). Alla base delle colonne dipinte quattro misteriosi simboli sembrano suggerire un inedito- per lo meno in questa sede- percorso simbolico e alchemico.
Il Milocco, coadiuvato dal quadraturista Barelli, nel 1759 dipinge il cupolino del presbiterio: angeli musicanti e putti festosi sostengono ghirlande floreali e inneggiano al nome di Maria e al simbolo eucaristico. Ancora nel presbiterio il Milocco lavora al grande affresco dell'ultima cena (parete destra guardando l'altare maggiore) interessante versione di un soggetto celebrato da molti artisti.
Altri interventi del Milocco e del Barelli si possono riscontrare nel 1761 e nel 1762: i due artisti sono nuovamente invitati a Carrù ancora dalla Compagnia del Sacramento che loro affida di 'far dipingere anche il rimanente di detta chiesa, escluso solo le quattro cappelle piccole della medesima' Un progetto grandioso che viene solo in parte realizzato. Certamente autografi del Milocco i quattro riquadri con putti festanti e serti floreali, dipinti in alto, a lato degli arconi delle grandi cappelle del Rosario e delle Anime e probabilmente riconducibili alla mano di questo richiesto pittore di Corte le scene grisaille che raccontano alcuni episodi della vita della Vergine. Le pitture del Milocco e del Barelli furono riprese e ritoccate in alcune parti nel corso del XIXº sec.

Tra le tele che troviamo inserite nelle varie cappelle della Chiesa rivela particolare carattere il dipinto che raffigura la ‘Madonna del Rosario’ collocato all'omonimo altare.
L'archivio parrocchiale non ha fornito, ad oggi, alcun riferimento relativo all'autore dell'opera, un olio su tela che parrebbe comunque legato alla complessa committenza del priore Zavatteri. Dipinto di forte impatto visivo, equilibrato nell'impaginazione e nella disposizione delle figure, contiene particolari di molta suggestione quali ad esempio il cagnolino, il giglio, il libro, indagati nei dettagli; inoltre la raffinatezza delle figure, avvolte in una atmosfera vaporosa e morbida, indica un sicuro mestiere, ribadito dalla delicatezza dei colori e dalla morbidezza degli incarnati.
Il nome del pittore ligure Bartolomeo Guidobono, attivo in Piemonte per la Corte Sabauda, è stato recentemente avanzato nell'ambito di una indagine storico-critica (in corso) relativa alla tela.
Per l'altare delle Anime nel 1721 il pittore (torinese?) Giuseppe Maria Gazzero è pagato per l'olio su tela raffigurante le Anime del Purgatorio tra Santi.
É documentato che durante il periodo francese alcuni soldati si divertirono sparando sulle varie figure dipinte.
La famiglia Martini provvide a collocare all'altare dedicato a S. Caterina la grande tela raffigurante lo ‘Sposalizio mistico’ della Santa col bimbo Gesù.
Ad eseguire l'opera, nel 1751, è il pittore Cristino Martini (che pare fortemente suggestionato da certa pittura romana) membro della omonima famiglia committente.
Dello stesso autore (carrucese?) la cappella campestre di Bordino conserva una seconda opera raffigurante la Vergine e il bimbo tra Santi.
Da studiare rimane la tela con l'Annunciazione della Vergine, collocata nell'omonima cappella (Reyneri), opera tarda che sembra riprendere certe soluzioni vicine a Padre Andrea Pozzo.
L'ottocento (e poi ancora il ‘900) abbondantemente interviene all'interno della Chiesa: già si è accennato alle quattro cappelle minori che vengono riprese ed arricchite con parti spesso non così felici, di tono minore rispetto alle realizzazioni ed al ‘segno’ della precedente stagione barocca.
Nel 1839 viene collocato il grande quadro dell'Assunta nella parete di fondo, dietro l'altare maggiore: l'opera è eseguita da Cesare Vicino, di origine carrucese, che vi lavora nel suo studio a Torino. É copia ingrandita della celebre Assunta di Tiziano conservata nella Chiesa dei Frari a Venezia.
Nel 1868 i pittori torinesi Luigi Hartman, Paolo Emilio Morgari e Molineris intervengono per la grande cupola centrale: un manto stellato è in parte sollevato su una visione paradisiaca dove la Vergine in trono, sovrastata dalla SS. Trinità, accoglie gli omaggi di Carrù (che in sembianze femminili offre prodotti della terra), tra un turbinio di angeli, Santi e putti festanti.
Nei quattro peducci della grandiosa volta il pittore torinese Nicola Antonio Fava, nel 1900, dipinge gli Evangelisti.
La balconata per l'organo e il coro (sopra la bussola in noce del portone d'ingresso scolpita dal carrucese Giuliano Bernardo sul finire dell'800) è opera lignea con parti scolpite e successivamente dipinte. Realizzata su disegno di certo Giuseppe Gardetti intorno al quarto decennio dell'800, fu in parte decorata dal celebre pittore monregalese Francesco Toscano.
Il pulpito ed il contiguo confessionale (eseguiti e collocati nel 1734 dal falegname fossanese Carlo Lorenzo Belmonte) furono ampiamente rimaneggiati all'inizio del '900 con recupero di parti antiche come la bella portina del confessionale e la formella scolpita raffigurante l'Assunzione di Maria (pulpito).
Ancora del ‘900 è la ‘Natività’ nel presbiterio, opera del pittore Delle Ceste, che ricopre un danneggiato dipinto di eguale soggetto del Milocco.
Da segnalare la presenza del Conte Filippo Nicolis di Robilant, architetto e scenografo di Corte (e progettista della Chiesa carrucese dei Battuti Bianchi e della cappella di S. Giobbe al Filatoio) nel 1782 per il disegno dei raffinati mobili in noce che rivestono interamente le pareti della Sacrestia. Sempre nella Sacrestia è autografo del Robilant il prezioso lavabo in marmi policromi.




 
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